Insediamento di Agognate, falsi miti e preoccupazioni – prima parte

10 dicembre 2014, 11:16

Novara agognatemappeIl tema dell’insediamento logistico-industriale ad Agognate sta diventando centrale nella politica novarese anche per merito di quelle associazioni (che fanno riferimento a ReteTerra) che in questi mesi si stanno battendo contro l’intervento.

E’ però arrivato il momento di provare a fare chiarezza su un insediamento certamente importante, di cui si parla da anni e che potrebbe arrivare in porto nella prima metà del prossimo anno (finalmente o purtroppo, a seconda dei punti di vista). E provare a confrontare falsi miti e vere preoccupazioni attorno al progetto. Lo faremo in più puntate.

Incominciamo con il prendere in considerazione quello che è lo slogan del momento, ovvero “no al consumo del territorio”. Un’affermazione ineccepibile, sulla quale è difficile non dirsi d’accordo.

Il problema è vedere se si tratta di un falso mito o di una vera preoccupazione.

Non vogliamo addentrarci su questioni più generali, ovvero, ad esempio, sul rapporto tra sacrificio di aree agricole e sviluppo economico di un particolare settore (in questo caso la logistica) e quale possa essere l’interesse pubblico preminente.

Si tratta, invece, di vedere se davvero l’insediamento di Agognate vada a pregiudicare un’area agricola di prestigio o meno, cioé se il sacrificio valga o meno la pena.

Da parte nostra non c’è alcuna volontà di dare un giudizio ma di fornire gli elementi perché ciascuno possa farsi un’opinione.

Da parte di chi si oppone fieramente al progetto si sostiene che il consumo di un milione di mq di terreno sia un vulnus tutt’altro che di poco conto e non fa nulla che di questo milione di mq solo 200 mila (così il Comune riduce la zona d’intervento rispetto ai 300 mila originari) coperti.

Il fatto è che l’area interessata dall’intervento ha un passato tutt’altro che garante dell’effettivo utilizzo a colture pregiate: da almeno dieci anni, forse di più, non viene coltivato riso. Infatti quel terreno vide l’insediamento del cantiere Tav, che vi realizzò una sorta di cementificio e non venne fatto il completo recupero, da parte di Tav o chi per lei, del suolo: in passato la cosa fu anche oggetto di denuncia e di inchiesta della Procura. Ora vi è una coltivazione a seminativo asciutto e non è pensabile un ritorno alle piene potenzialità agricole.

Utilizzare questo terreno per un insediamento logistico significa consumo del territorio? O è un diverso (e forse più utile) utilizzo di un’area degradata?

 

Attilio Barlassina

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